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Il Museo di Arte islamica di Doha


Commissionato cinque anni fa all’architetto cinese I.M. Pei dallo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, il nuovo museo sorge oggi su un’isola artificiale bagnata dalle acque del golfo di Doha e circondata da imponenti palme. Una cornice di eccezione voluta dai progettisti per scongiurare il rischio di un eventuale futuro accerchiamento da nuove costruzioni: “Mi preoccupava l’idea di ciò che sarebbe stato dopo. Anche uno splendido lavoro può essere eclissato e distrutto da qualcos’altro. Per molti aspetti Doha è oggi un luogo puro, in cui manca un contesto reale, a meno che non ci addentri nel souk. Ho dovuto creare il mio contesto”.

Dopo un’esplorazione del luogo durata diversi mesi in cerca di ispirazione, Pei ha progettato una struttura che intende incarnare “l’essenza dell’architettura islamica”: “Non conoscevo la religione islamica - spiega l’autore del progetto – così ho studiato la vita di Muhammad. Sono stato in Egitto e in Tunisia. E mi sono appassionato all’architettura fortificata”.

Il risultato è un’imponente composizione cubista di blocchi quadrati e ottagonali in pietra bianca sovrapposti l’uno all’altro; una progressione geometrica culminante in una torre centrale. Ospitato su un’isola artificiale abitata da grandi palme, il nuovo museo sembra sorgere dal mare, collegato alla costa da due ponti pedonali ed uno veicolare. Contribuisce a rendere pittoresco il contesto un parco disegnato da oasi e dune che trova spazio alle spalle del museo.

Il progetto prende forma dalla combinazione di due volumi: un edificio principale di 5 piani e una Education Wing di due piani, collegati da una corte centrale. I volumi spigolosi dell’edificio principale arretrano man mano che la struttura si sviluppa in altezza attorno ad un atrio centrale a cupola alto 50 metri. La cupola non è visibile dall’esterno in quanto nascosta dalle pareti della torre centrale.

Tra i materiali utilizzati: pietra calcarea “Magny” e “Chamesson” (Francia), granito Jet Mist (Stati Uniti), acciaio proveniente dalla Germania e calcestruzzo del Qatar. Una facciata continua in vetro sul lato nord del museo offre viste panoramiche sul Golfo e sulla West Bay di Doha da tutti i cinque piani dell’atrio. All’interno i soffitti sono arricchiti dai complessi ornamenti delle cupole, e da lampadari di metallo sospesi nell’atrio.

Il museo ospiterà manufatti che testimoniano ben tredici secoli di arte islamica, provenienti da un’area che va dalla Spagna all’Asia Centrale: manoscritti, ceramiche, gioielli, avori. La preziosa collezione di tappeti, stoffe e arazzi occuperà un posto centrale nell’allestimento. Il museo si preannuncia come un luogo unico, in cui un paese arabo produce direttamente cultura, senza affidarsi a musei occidentali, come il Guggenheim o il Louvre.

Il Qatar vuole infatti diventare un centro culturale permanente dei paesi del Medio Oriente, e lo sta facendo a modo suo, quello dello famiglia reale, e soprattutto lo sta facendo a modo della Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, la figlia dello sceicco e Presidente del Museo.

Il complesso museale è già diventato l’immagine-simbolo del paese, con la sua incredibile collezione di tesori, dal più grande tappeto indiano, un giardino delle delizie di 15,96 metri x 3,25 metri, tessuto nel diciassettesimo secolo, ai gioielli Moghul alle armature per cavalli e cavalieri, in un percorso da Mille e una Notte attraverso tre continenti e tredici secoli. L’architettura di I.M. Pei è il connubio tra la contemporaneità occidentale e la tradizione islamica, e sicuramente rimarrà un punto di riferimento per i paesi limitrofi. Gli interni sono stati progettati dal francese Jean-Michel Wilmotte; i sostegni in ferro per le teche in cristallo evocano ambienti medioevali, i materiali di pavimenti e pareti rammentano invece lussi esotici degni del Qatar: porfido francese e legno brasiliani lavorati in Cina, scintillanti e ruvidi come la porta di ‘Apriti Sesamo!’

Scrive www.internimagazine.it:
«Ispirazione e punto di partenza per questo complesso, che vuole riassumere gli elementi chiave dell’architettura islamica è stato per I.M.Pei il ‘sabil’, la fontana delle abluzioni, della moschea di Ahmad Ibn Tulun del Cairo che, nelle parole di Pei “offre un’espressione Cubista di progressione geometrica”. L’aspetto dell’edificio varia molto col variare della luce e il sole del deserto gioca un ruolo fondamentale, trasformando l’architettura in un caleidoscopio di luci ed ombre. Sono 35.500 metri quadrati costruiti con cemento del Qatar, granito Jet Mist americano, acciaio tedesco, il tutto rivestito di pietra calcare limestone Magny e Chamesson color crema proveniente dalla Francia.

Il corpo principale, sviluppato in cinque piani, contiene i capolavori del Museo di Arte Islamica, ed è connesso attraverso il cortile centrale, corredato di fontana, ai due piani dell’Education Wing. I volumi esterni si restringono e arretrano fino a riassumersi nella grande cupola sfaccettata di circa 50 metri di altezza, dove un oculus cattura la luce e la rifrange all’interno. Reciprocamente, all’interno la forma della cupola muta con l’ampliarsi della struttura, quindi il perimetro diventa un ottagono, poi un quadrato, che a sua volta si trasforma in quattro colonne triangolari. L’atrio ha il volume dei cinque piani dell’edificio, con una parete interamente dedicata all’unica, amplissima finestra alta 45 metri che guarda la città di Doha, oltre l’acqua del Golfo Persico.

Un lampadario circolare di 12 metri di diametro in metallo perforato si specchia nei marmi intarsiati del pianterreno, al centro del quale parte la doppia scala che congiunge questo livello ai due piani dedicati alle zone espositive. Se l’esterno è imponente, l’interno è ampio e sontuoso. Il progetto delle Gallerie è stato affidato allo studio francese Wilmotte & Associés.

La ricchezza sobria degli interni progettati da Wilmotte ammorbidisce il severo impatto architettonico ed evidenzia i capolavori in esposizione. Il Museo raccoglie la prima e più importante collezione di Arte Islamica al mondo: sono circa ottocento pezzi che mostrano le connessioni artistiche attraverso i diversi Paesi e le diverse culture, dall’Egitto all’Iran, Iraq, Turchia, India e Asia Centrale, ai Paesi del Golfo, lungo tredici secoli di storia. Per i due piani dedicati all’esposizione permanente, Wilmotte ha studiato un percorso espositivo circolare, rendendo fluida la circolazione dei visitatori e facile la scoperta delle varie sezioni del Museo, divise per periodi storici e gruppi quali la Calligrafia, la Figura, le Scienze. Diversi nella provenienza, i capolavori sono anche molto eterogenei per tipologia e dimensioni. Si va dalle maioliche ai tappeti, dai vetri ai sestanti, dalle armature ai gioielli. Le soluzioni di Wilmotte nei materiali sono eleganti e rigorose: porfido grigio scuro lavorato in Cina e Louro Faya, un legno brasiliano spazzolato e trattato fino ad ottenere un aspetto metallico, contraltare interno ad un esterno chiaro e luminoso. Le teche che racchiudono gli inestimabili tesori sono in cristallo, e spesso poggiano su tavoli di ferro scuro con un aspetto così contemporaneo che riportano la mente ad epoche passate, esattamente a quei secoli lontani da cui i capolavori emergono.

L’illuminazione è scenografica ma non drammatica, i pezzi si godono nella loro unicità e al contempo l’aspetto corale delle sale è che, sia pur scure, non siano immerse nel buio. Un ponte lungo 280 metri collega la terraferma all’isola del complesso museale. Il Museo è dotato di un auditorio da 197 posti, di bookshop e coffeeshop nell’atrio, di un ristorante a 5 stelle con vista sul mare, di luoghi di preghiera separati per uomini e donne, ed è circondato da un ampio giardino. La coppia di lampioni che svetta a 30 metri di altezza ai lati del molo è l’altro, imponente segno distintivo del Museo, faro culturale verso il futuro per molti Paesi del Golfo.»

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